Barbadillo – “La nazione fatidica” di Scianca: una prospettiva di popolo per il sovranismo 10 ottobre 2018 – Posted in: Ufficio Stampa

Pubblichiamo la prefazione di Mario Giordano, scrittore e giornalista, all’ultimo saggio di Adriano Scianca, filosofo, firma de La Verità e direttore de Il Primato nazionale, “La nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia” (edito da Altaforte). Si tratta di uno dei più originali contributi intellettuali dei nostri giorni, e offre uno strumento prezioso per dare forma alla politica intesa come senso di marcia per una comunità di destino. ***

Caro Adriano,

avrei voluto scrivere una prefazione, come ti avevo promesso. Invece temo ti dovrai accontentare di queste poche righe. Di solito, infatti, quando mi danno un libro ancora in bozze lo divoro d’un fiato e scrivo di getto. Stavolta l’ho divorato d’un fiato. Punto. Non ho scritto di getto. Anzi sono rimasto lì, davanti al foglio bianco, a pensare come si può introdurre un testo come il tuo senza apparire subito banali. E ho capito che è impossibile. E perciò mi sono maledetto per avere ac- consentito a queste righe. E mi vendico scrivendoti una lettera, anziché una prefazione. Vedi tu se si può usare lo stesso.

Io sono populista, e me ne vanto. Sono populista perché penso che troppe volte in questi ultimi decenni il popolo sia stato tradito, offeso, umiliato, vilipeso, sottoposto a torture finanziarie, a esperimenti gene- tici, all’invasione voluta e programmata. Il popolo è stato massacrato e deriso, bastonato e sfottuto. Dicevano: «C’è la crisi, bisogna soffrire»; e facevano soffrire solo i poveracci. Dicevano: «C’è l’immigrazione, bi- sogna sopportare»; e facevano sopportare solo i disgraziati. Nessuno che spiegasse perché i costi della crisi non si sono mai scaricati sui Pa- rioli, nessuno che spiegasse perché l’ondata dell’immigrazione si sia sempre fermata ai confini di Capalbio, dove si esibiscono magliette rosse d’ordinanza purché i clandestini girino al largo.

Ma lo vedi? Sono già scaduto a livello di polemica giornalistica, allontanandomi dallo spirito del tuo libro che cerca di innalzare tutto ciò a dimensione etica, e anche un po’ epica, a dargli una cornice, un senso, una profondità storica, una dimensione intellettuale. La frase più bella che ho trovato, tra tante che hai scritto, è che al populismo, per paradosso, oggi manca proprio il popolo. Mi sembra quello il senso di tutto il tuo lungo excursus: non si tratta di negare l’urlo della protesta e tantomeno di silenziarlo. Si tratta di elevarlo. Di inquadrarlo. Di dargli una prospettiva che non sia solo lo sfogatoio di piazza. Ma possa essere la base per costruire un angolo di futuro.

Ora: è ovvio che il futuro tu lo vai cercando nel terreno del passato. E qui, ti confesso, io mi sono perso nel tuo galoppare felice, tra la sa- cralità della nostra terra, e le incursioni letterarie. Ho annaspato fra Dante e D’Annunzio, fra Machiavelli e Berto Ricci, ho provato ad ag- grapparmi alle reminiscenze liceali per sopravvivere alla tua infilata di riferimenti, mi sono rifugiato in Wikipedia – lo confesso, ho peccato – di fronte a riferimenti che hanno rivelato tutta la mia impreparazione da Carlo Formichi a Sigismondo Pandolfo. Ho anche avuto qualche notte da incubo, sognandoti bardato da antico romano che m’interro- gavi severo: «Chi è Sigismondo Pandolfo?», e io che non sapevo rispon- dere, come un ginnasiale svogliato.

Scherzo, ovviamente, la formula epistolare me lo consente, caro Adriano. E tu mi perdonerai se ho usato contaminare tanto elevato pen- siero con le forme un po’ burine del mio populismo da talk televisivo. Ma, più seriamente, ti sono davvero grato per avermi dato una lettura un po’ diversa del nostro Paese e della nostra storia, e anche dei suoi in- terpreti – imperdibile, per esempio, l’incursione in Leopardi e il ribalta- mento della sdolcinata lettura che ci è regolarmente imposta. Ti sono grato per aver messo in fila gli elementi chiave del nostro orgoglio, del nostro sangue e della nostra terra. E per aver posto il problema centrale, quello cioè di dare uno sbocco positivo al populismo di questi anni, in modo che non si esaurisca la spinta di protesta (legittima e sacrosanta) contro le élite, ma diventi il terreno per fondare una nuova civiltà.
Tu, come dicevo, individui la strada di questo percorso nell’ethos e nel demos, nella nostra identità e nel progetto politico che su di essa si basa. Vaste programme, avrebbe detto il generale De Gaulle. Di fronte al quale, caro Adriano, permettimi di fermarmi con un filo di scetticismo. Io non so se davvero, per quanto sacro, fiero, ardito e combattente che sia, il popolo italiano conservi in sé la forza sufficiente per il riscatto. E non so quali siano gli strumenti per fare in modo che questo progetto passi dalla dimensione culturale a quella politica, dalla sfera delle idee a quella della realtà. Giro l’Italia come cronista da troppo tempo, ormai, e conosco troppo bene i nostri difetti, i nostri vizi, le nostre de- bolezze antiche quanto le nostre glorie per potermi illudere troppo. Se l’italica penisola, come scrivi, assume la sua configurazione all’inizio del Pleistocene, ecco io penso che le radici dei furbetti, degli assenteisti, dei corrotti, di quelli che saltano la fila e raccomandano il nipote, si possano più o meno far risalire alla stessa data.

Ma resta un fatto, caro Adriano: resta che l’unico modo per uscire dall’imbuto in cui ci siamo infilati è provare a fare un salto in alto, af- fondando le radici nel passato. Lo vedi che anche questo è un para- dosso? Non si può andare avanti se non si guarda indietro. E guar- dando indietro, come fai tu, io non lo se si riuscirà davvero a riscattare il becero populismo trasformandolo nel germe di un rinnovato popolo. Non so se si riuscirà a porre fine al rischio dell’eterno «gentismo». Non so se si riuscirà a modificare le urla disperate facendole diventare, come per alchimia, virtù morali. Ma so per certo che la lettura di questo libro aiuta a essere un po’ meno superficiali, a sentirsi un po’ meno scemi. E di questi tempi è così raro che devi andarne fiero.

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