Destra.it – Intervista a Scianca. I sentieri metafisici della “Nazione Fatidica” 22 novembre 2018 – Posted in: Ufficio Stampa – Tags: , , , , , , ,

Adriano Scianca è un giornalista e scrittore che ha collaborato con i quotidiani Libero, Il Foglio, Il Secolo d’Italia e La Verità. Tra i saggi che ha scritto, troviamo titoli densi e intellettualmente stimolanti, quali sono Riprendersi tuttoEzra fa surf, L’identità sacra e Contro l’eroticamente corretto. Nelle vostre librerie di fiducia arriva ora il suo ultimo lavoro, intitolato La Nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia.

Il responsabile culturale di Casa Pound e Direttore del Primato Nazionale esamina le nozioni che riguardano l’Italia: culturali, del Sacro e politiche, attraversando le epoche dall’antichità alla fine della post-modernità. Un lungo viaggio che lo porterà a percorrere i sentieri metafisici, già intrapresi dagli autori che hanno reso grande la nostra letteratura. Districandosi egregiamente, nella ricerca dell’identità lasciataci dai nostri predecessori. La quale, può esserci di aiuto, per comprendere i fenomeni che stanno condizionando la nostra epoca e l’Italia.

Benvenuto Adriano, ti va di raccontarci di Altaforte Edizioni? Sul sito internet leggiamo: «Altaforte Edizioni «vuole essere punto di riferimento per la diffusione di una cultura identitaria e non allineata». Spiegaci meglio…

È un nuovo progetto editoriale, che vuole rilanciare la cultura identitaria anche al di fuori di un certo ristretto ambiente. Hanno deciso di esordire con il mio libro e io ne sono orgoglioso.

È già in uscita La Nazione Fatidica, il tuo ultimo saggio. La prefazione è a cura di Mario Giordano. Il quale, a proposito del passato d’Italia, delle genti, dei pregi e dei difetti, non sembra proprio pensarla come te.

Mario Giordano è un noto e bravo giornalista, non c’era bisogno di questa prefazione per sapere che abbiamo percorsi diversi e su alcune cose idee diverse, ma credo che questa diversità arricchisca la sua prefazione, per la quale lo ringrazio.

A tal proposito, cosa pensi del “becero populismo”, visto i toni dispregiativi che ha usato il prefatore? Dopotutto, non si tratta mica di «urla disperate» e tanto meno di una nuova evoluzione della destra. Il fenomeno è molto più complesso e non è possibile circoscriverlo ai tentativi di cavalcarne l’onda, abbozzando versioni edulcorate a destra come a sinistra, strutturalmente dubbie…  

Come scrivo nel libro, il populismo è un linguaggio che deve necessariamente essere attraversato. “Attraversare” significa passarci in mezzo, assumerne le forme, ma saper anche andare oltre. C’è sicuramente una confusa voglia di cambiamento nelle masse popolari e, per la prima volta da un sacco di tempo, gli aspetti più superficiali del politicamente corretto cominciano a generare una insofferenza diffusa (dico quelli più superficiali, perché ritengo che gli aspetti profondi del pensiero dominante siano invece largamente interiorizzati nelle masse e persino in molti degli ambienti che si vorrebbero anticonformisti). A questo disagio va data una risposta, possibilmente quella giusta. Detto questo, il mio modello di governo ideale è l’Eliogabalo di Stefan George.

Nel libro, parli anche della politica estera italiana. Trattasi della ben nota fedeltà atlantica che continua a creare grattacapi non indifferenti. Qual è la tua opinione? L’inno patriottardo e pseudo risorgimentale che giunge da Destra, tra l’altro senza cognizione di causa, incomincia un po’ a stufare…

Sono questioni un po’ differenti. Per quanto riguarda la politica estera, ovvio che occorra svincolarci dalla sottomissione supina all’America, anche se non con i vecchi arnesi dell’antiamericanismo di maniera. Ma, paradossalmente, un ri-orientamento della politica estera nazionale è il risultato di una serie di politiche, non una base da cui partire. Come fai a uscire dalla Nato se non hai lavorato su un’alternativa, per esempio (che per quanto mi riguarda non può che essere europea)? Quanto al risorgimentalismo, ogni retorica stantia lascia il tempo che trova, ma dato che la destra italiana è l’unico ambiente identitario mondiale ad aver per anni svalutato sistematicamente la storia nazionale all’inseguimento dei più pagliacceschi revanscismi bigotti e localistici, direi che ci vorrà un bel po’ prima che si possa giudicare la recente e benedetta inversione di tendenza come eccessiva e patriottarda.

Dire italiani significa in realtà citare in causa un sacco di popoli. Nel libro, prendi spunto da alcuni scritti di Del Ponte su un’ipotetica «terra d’origine» localizzata nel reatino. Non ti pare che l’evoluzione dei popoli italici tutto porti in dote, tranne uno dei concetti chiave del ‘900, cioè un monismo etnografico ed etnologico? È evidente che un certo tipo di assimilazione che rifiuta di «differenziare» i popoli, le diversità culturali, linguistiche, storico-sociali, in aggiunta senza badare al mantenimento delle diversità, non aiuti. Insomma, tra cultura e civilizzazione c’è una bella differenza, non ti pare?

Nessun monismo, la stessa storia di Roma nasce come noto un patto tra diverse tribù (tutte italiche, però: la diversificazione etnica ha dei limiti). Ma credo che le diversità locali siano sempre state valorizzate, in Italia, da noi non c’è stato nessun livellamento giacobino alla francese. E, oggi più che mai, è necessario porre l’accento su ciò che ci tiene insieme piuttosto su ciò che ci divide.

Le lingue locali sono alle prese con il processo di globalizzazione e dell’uso smodato dell’anglo-americano. In due pagine del saggio, parli della lingua italiana e dei dialetti. Tralasciando il parere su ciò che pensa De Mauro, non credi che i dialetti siano espressione delle particolarità dei popoli e delle Regioni?

Invece su questo (e non su tanto altro, come scrivo) sono d’accordo con De Mauro, vedere nei dialetti chissà quale autenticità etno-culturale è un’operazione ideologica.

Troviamo un intero paragrafo dedicato a Dante. Se ti dico che Dante inserì non solo nella Divina Commedia e nel Il De vulgari eloquentia quello che non riuscì a sconfiggere in politica, riversandolo nel poetico? Sappiamo che nella Firenze di Dante ma non solo, la letteratura era ormai pienamente accettata come arma di propaganda che sostituiva l’azione della politica, quando si rivelava insufficiente.

È un’ipotesi suggestiva, ma che ha poco a che fare con il motivo per cui Dante è finito nel mio saggio, dove è in qualche modo decontestualizzato dalla sua vita.

Hai già pensato al prossimo lavoro? Non dispiacerebbe una seconda edizione della Nazione Fatidica, magari pensando ad altri argomenti che non hai trattato.

Penso al “prossimo libro” da quando facevo le elementari. Ma non so cosa e quando uscirà. In questo periodo sono un po’ ossessionato dalla saturazione del linguaggio, inizi a prenderti sul serio e finisci come quelli che twittano sotto gli status di Renzi battute che non fanno ridere e poi diffondono gli screenshot. Quindi ogni parola va detta nel modo giusto e al momento giusto. Quanto a La nazione fatidica, mi auguro che vi siano molte edizioni, ma non farò aggiunte o correzioni. Prima o poi, invece, farò un seguito de L’identità sacra. Ma, come dicevo, le idee in testa sono tante. Del resto è passato un po’ di tempo dalle elementari a oggi…

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