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Cartàstraccia – Barone Von Ungern-Sternberg

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 25 – Barone Von Ungern-Sternberg

Vedo il Dio della guerra. E vedo sangue, molto sangue, sangue rosso…


Inizia così la cavalcata di Roman Von Ungern-Sternberg attraverso la steppa. Inizia in una iurta con la profezia di una zingara siberiana che, tra le fiamme del fuoco, conta i passi che separano le baron fou dalla sua fine.
Centrotrenta, poi le tenebre. Ma in quei centotrenta passi riesce, lui, uomo dell’altrove, a sconvolgere la storia, dando inizio a una guerra di religione contro quella marea che vuole abbattere ogni verticalità, ogni identità, ogni slancio spirituale. Alle stelle rosse della rivoluzione d’ottobre contrappone i vessilli con la ruota solare e combatte continuamente, senza tregua, alla testa di una divisione pan-asiatica che, nel cuore della misteriosa Mongolia, fa dell’amore mistico per la guerra la propria fede.

Centrotrenta passi, centotrenta giorni per dare forma a una visione che, il 15 settembre del 1921, sembra spegnersi davanti al plotone d’esecuzione del tribunale del popolo.
Sembra.

Loro adorano la stella rossa. Noi festeggiamo il sole giallo. Guerra di religione.

Barone Von Ungern-Sternberg - altaforte edizioni

Immaginatevi la Mongolia, la distesa infinita della steppa, il vento gelido. Immaginatevi un deserto bianco circondato da montagne innevate dove il Re del Mondo è pronto a rapirvi il cuore.
Lì, nel silenzio dell’inverno asiatico, un improvviso e sordo battito di tamburi da guerra. E un grido.

Ungern! Ungern! Ungern!

Vessilli neri con la ruota solare innalzati da tremila cavalieri e davanti lui, il Dio della guerra, Roman Fëdorovič von Ungern-Sternberg.

Inizia così l’ultimo dei centotrenta passi del Barone nero. Centrotrenta giorni e poi le tenebre, così aveva profetizzato una zingara siberiana a quel soldato che, nella penombra della iurta, le aveva chiesto di leggere il destino tra ossa e fiamme.
Centotrenta, un nulla per molti, abbastanza per lui che, di fronte all’avanzare del materialismo della stella rossa, non solo aveva deciso di raccogliere la spada, mai abbandonata in realtà, ma di incarnare una missione religiosa, quasi mistica: spazzare via il bolscevismo dall’Asia e restaurare la gloria e la potenza dell’impero mongolo, il suo spirito ancestrale, la fede dei padri.

 

I partigiani bolscevichi si chiederanno che cosa stiamo preparando per loro. Molto semplicemente, un’altra Rivoluzione, un po’ più terribile della loro. Loro adorano la stella rossa. Noi festeggiamo il sole giallo. Guerra di religione.

 

Un pazzo. Un sadico, scriveranno. Eppure…
Eppure cavalca, Von Ungern, a capo della Divisione Asiatica di Cavalleria e lo amano, i popoli dell’Asia, che in lui vedono la possibilità di una ri-nascita, di una ri-scoperta, di una Vittoria.
Buriati, russi, cosacchi, caucasici, tibetani, coreani, giapponesi e cinesi. Una manciata di uomini risponde al grido di battaglia ma bastano per tenere in scacco, per quei centotrenta giorni, l’esercito bolscevico che prova, inutilmente, a braccarli.
Eccoli, questi cercatori di gloria, queste anime perdute che si raccolgono attorno al vessillo con la ruota solare, consapevoli o meno di quel che rappresenta ma determinati ad andare fino in fondo.
Von Ungern li osserva, fiero e spietato, signore di una monarchia mistica che sorge nel cuore dell’Asia e che si lega, con violenza e decisione, alle radici profonde che corrono sotto le steppe mongole.

Sono le 6 del mattino del 15 settembre 1921, il centotrentesimo giorno. Von Ungern guarda con occhi di ghiaccio le baionette del plotone d’esecuzione. Cade ridendo, l’ultimo difensore della Mongolia esterna indipendente e della Siberia bianca.
Cade con lui la sua epopea che ben poco, alla fine, influenzò l’andamento della guerra civile ma la vittoria o la sconfitta sono due puttane bugiarde e quel che conta è combattere, fino in fondo, anche quando la guerra è, o sembra, perduta.
Quel che conta, dice il Barone, è diventare ciò che si è e fare ciò che si deve.

Così fa lui, così, nelle nostre piccole steppe, facciamo noi.
Alla ricerca delle nostre glorie e delle nostre follie.

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Lorenzo Cafarchio

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