Cartàstraccia – Dominique Venner

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 11 – Dominique Venner

Offro ciò che resta della mia vita in un intento di protesta e di fondazione.

21 maggio 2013, Notre-Dame.

Dominique Venner cammina lento sotto le navate di una delle più belle cattedrali d’Europa. Luogo simbolo, questo, crocevia e incontro di millenni di storia, tradizioni, culti. Un simbolo dell’Europa, diranno qualche anno più tardi di fronte alle immagini dolorose delle fiamme che ne divorano i rosoni e le guglie.
Dominique Venner lo sa ed è qui per questo: non poteva scegliere un luogo diverso per lanciare il suo messaggio ai giovani europei.
Un colpo di pistola dietro l’altare, le urla dei turisti.

Scriveranno che era un estremista, che era pazzo, depresso. Scriveranno di tutto sulle pagine dei giornali, incapaci di comprendere un gesto che è tutto tranne che un arrendersi.

Offro ciò che resta della mia vita in un intento di protesta e di fondazione.

E questo è, il lascito di un Uomo che sceglie di morire in piedi, sacrificando la sua vita per ridare linfa e vigore a un’Europa che, in un istante, si è stretta intorno alle sue radici, al suo sangue, ai millenni di storia. Una gioventù europea che, in un istante, ha raccolto il testimone, ricordandosi di se stessa.

venner - altaforte edizioni

Cari giovani, vi ho trasmesso un fuoco sacro.

Aprile è il mese di Venere, è il momento in cui, canta Ovidio, la primavera dischiude ogni cosa e la terra gravida s’apre, lasciando spazio ai germogli dei semi piantati durante l’inverno. Venere, madre di Roma, che è non a caso orma amor, porta le armi in favore di Troia e s’accompagna a Marte: nel loro nome si rinnova la Patria.

Ma Aprile è anche il mese in cui è necessario proteggere le messi dall’aspra Ruggine che ne intacca gli steli e le spighe. E dalla ruggine dobbiamo proteggere le nostre armi e il nostro spirito, attraverso l’esempio e il ricordo di chi ha donato tutto se stesso per lasciare a noi la possibilità di germogliare e seminare a nostra volta.

Tra i tanti nomi, quello di Dominique Venner.

Di lui hanno scritto tanto, troppo. Lo hanno definito un “estremista”, un uomo “disturbato” che, col suo gesto, “ha traumatizzato una decina di bambini”.

Non hanno capito niente e non possono capire niente: chi è deserto non riuscirà mai a comprendere la purezza e la fecondità che racchiude il sacrificio più estremo, il dono di sé.

Dominique Venner non era pazzo, non era depresso: era un Uomo presente a se stesso e perfettamente conscio di quelle che erano e sono le sue radici, la sua terra, il suo sangue.

Io sono della terra degli alberi e delle foreste, delle querce e dei cinghiali, delle vigne e dei tetti spioventi, delle epopee e delle fiabe, del solstizio d’inverno e di San Giovanni di estate.

Ed è per questo che nel maggio 2013 lo vedremo tra le colonne di Notre-Dame, un luogo simbolo costruito dal genio degli avi su un più antico tempio che ancora ne regge le fondamenta, punto di incontro tra millenni di storia e di tradizioni.

È qui che Venner, samouraï d’Occident, deciderà di porre fine alla sua vita. Il motivo? Risvegliare la gioventù europea, tracciare un solco.

È difficile comprendere la profondità di un simile gesto per chi non ha né storia né radici.
Non è difficile per chi invece ha ben presente da quale parte della trincea combattere.

Qualche millennio prima, nel Foro romano si aprì una voragine senza fondo. Minacciava, la voragine, di inghiottire tutta Roma e i sacerdoti predissero che si sarebbe chiusa gettando nel baratro quanto di più prezioso i cittadini romani possedevano.
Vi buttarono di tutto: oro, gioielli, tessuti preziosi. Non si chiudeva.
Fu Marco Curzio, gettandosi in armi nella voragine e offrendo se stesso in dono agli Dei Mani, in un puro atto di devotio, a ricordare ai romani quanto avevano di più prezioso: il valore, l’essere vir.

Oggi non ci sono voragini materiali aperte nel foro romano ma ve ne è una spirituale, che si nutre del degrado cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, della perdita delle nostre radici, dell’allontanarsi dalla consapevolezza di sé.

Il 21 maggio 2013 Dominique Venner si è gettato in quella voragine, ricordandoci quando di più importante e prezioso abbiamo noi europei: coraggio, valore, fides e certezza nella Vittoria.

Gli europei sono oggi di fronte a sfide mortali. Ma io sono fra coloro che pensano che le sfide siano generatrici di risvegli di energie nuove. Dicendo questo, sono ben cosciente che io stesso non vedrò questa risurrezione. Ma nonostante questo, di tale risveglio delle energie europee io non dubito neanche un istante.

Lorenzo Cafarchio

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