Cartàstraccia – Gabriele D’Annunzio

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 9 – Gabriele D’Annunzio

Oggi siamo abituati a schermaglie mezzo stampa che si risolvono in querele, denunce e richieste di pubbliche scuse avanzate tramite l’avvocato di turno.
Qualche decennio fa si risolveva tutto in modo molto più, come dire, spiccio e diretto.


Poniamo il caso di un articolo, datato Castellammare, 25 settembre 1885. Poniamo anche il caso che il suddetto articolo, a firma di tale Carlo Magnico, tirasse in ballo un giovane Vate, all’epoca ventiduenne, definendolo “la gloria del colletto… del figlio spurio di Carducci, figlioccio di Summaruga … ed ancora il piccolo Gargantua della poesia italiana…”.


Vi immaginate un D’Annunzio risolvere la questione a colpi di lettere di querela e carte bollate?
No, e non se lo immaginava neanche lui, tanto che sfidò a duello il direttore responsabile del settimanale, quel Carlo Magnico di cui sopra.
Durante il duello a colpi di sciabola, come poi fedelmente riportato poi sullo stesso settimanale, D’Annunzio fu colpito alla testa a causa dell’imperizia nel maneggio delle armi del Magnico e il duello cessò, con le dovute scuse da parte di cronista e settimanale per i termini indecorosi usati nei confronti del Vate.


Tutto quindi si concluse velocemente, non tramite carte bollate ma con una sciabolata e una stretta di mano per cancellare l’ingiuria.

d'annunzio

Quella del duello è un’usanza antica, millenaria. Ed è anche uno sport.
Ecco, non si può certo dire che il confronto/scontro tra il Magnico e D’Annunzio fosse un incontro sportivo ma di certo lascia trapelare la passione del Vate per tutto quello che era ardimento, rischio, istinto.


Un amore, questo, che si rifletteva anche sullo sport.
Non siamo più nel 1885 ma in pieni anni ‘20. D’Annunzio è più maturo, più esperto, più attento al mondo e alle cronache e, per casualità (ma il caso non esiste mai), in quell’anno la Redazione della Gazzetta dello Sport lanciò un sondaggio: chi è lo sportivo, per l’eccellenza, d’Italia? Costante Girardengo, il Campionissimo del pedale? Gaetano Belloni, vincitore del Giro d’Italia 1920? Oppure Alessandro Rampini, autore di 82 reti in 91 partite giocate con la maglia della Pro Vercelli?
Se pensate di scegliere anche solo uno di questi nomi, siete fuori strada, a meno che il vostro incrocio non si chiami Gabriele D’Annunzio. Il Vate.
Del resto chi poteva vincere un titolo del genere se non lui, che, cavalcando l’onda del progresso, passava dalla bicicletta all’automobile, dal nuoto alla boxe, dal volo alla scherma?
Quindi rimettetevi in carreggiata e vedrete anche l’asfalto su cui è appena sfrecciata l’automobile di Tazio Nuvolari.
Rombate, veloce, inafferrabile. Una scheggia luminosa di metallo che corre verso la vittoria.
Un uomo come D’Annunzio non poteva rimanere insensibile ed eccolo, il poeta-soldato che inventò lo Scudetto, donare al pilota Tazio Nuvolari una spilla a forma tartaruga:

“All’uomo più veloce del mondo, l’animale più lento.”

L’automobile, la stessa che Marinetti canta al maschile, per il Vate ha un fascino tutto femminile, tanto da arrivare ad indebitarsi per poterne collezionare modelli da collezione.
Eccole lì, le sue amanti metalliche, insieme a un sacco da boxe, a una bicicletta e alla collezione di sciabole con cui risolveva sgarbi e ingiurie.
Lo sportivo per italiano per eccellenza, in una continua ricerca, quella nello sport, finalizzata a dominare la potenza, a ricercare il genio tanto nello scritto, quanto sul campo da gioco.

Lorenzo Cafarchio

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