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Cartastràccia – Gentile

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 29 – Giovanni Gentile

Educare uomini, forgiare caratteri.

Questo il progetto rivoluzionario di Giovanni Gentile: una scuola in cui la cultura non fosse solo artifizio retorico ma dinamica vita spirituale.
Del resto, come poteva essere diversamente per gli eredi dei pedagoghi dell’Umanesimo italiano? Era una battaglia di civiltà, un confine netto tra il creare dei gusci vuoti e l’educare cittadini consapevoli del loro valore e del loro destino.
Non basta insegnare, serve educare e la differenza, questo aveva capito Gentile, era, ed è, enorme: non serve una cultura fatta di nozioni senz’anima, non serve una cultura da sfoggiare come fosse un bel vestito. Serve una cultura per coltivare noi stessi, per piantare semi, per dare forza a quella comunità organica di destino di cui siamo parte.
Tutto quello che han provato a distruggere in decenni di riforme insensate. Tutto quello che provano, di nuovo, a fare oggi con una scuola fatta di barriere di plexiglas e lezioni a distanza dove l’unico sentimento ammesso è quello freddo, vuoto, meccanico del gracchiare di un microfono.

 

Come si uccidono i popoli? Se lo sono chiesti in tanti, in tanti si sono dati risposte. Probabilmente se lo è chiesto, in ben altri tempi, anche Giovanni Gentile prima di tracciare le linee di quella che è stata l’unica vera riforma del sistema scolastico italiano.
Se l’è chiesto pensando a quel popolo di eroi, poeti, santi e navigatori che si era appena riunito nel sacrificio del sangue della Grande Guerra e che ora andava indirizzato verso quella comunità organica di destino cui noi tutti miriamo.
Come? Con la cultura che, non a caso, ha la sua origine nel latino colĕre, coltivare.
Perché di questo si tratta. Se il sistema per uccidere i popoli è quello di creare una modernità liquida dove ogni cosa cambia in modo frenetico, privando gli uomini di ogni certezza religiosa, politica e sociale, il sistema per salvarli è quello di dar loro radici ben solide da riscoprire, conservare e arricchire, piantando nuovi semi e coltivandoli.
Questa l’intuizione semplice e magnifica allo stesso tempo di Giovanni Gentile: quella di una scuola fatta di cultura per coltivare noi stessi, di cultura come dinamica vita spirituale finalizzata a educare uomini e forgiare caratteri.
Non interessa al Fascismo, checché ne dicano i falsi intellettuali di oggi, avere gusci vuoti da comandare. No, al contrario. La scuola gentiliana, la scuola fascista crea cittadini in grado di orientare i propri destini e quelli della comunità nazionale di cui fanno parte.

Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare , ma irrobustire, rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione di causa sono sempre i migliori. Il fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano “pensiero e azione”.

E allora ecco LA riforma che, dall’eredità dei pedagoghi dell’Umanesimo italiano, mette in campo un’immensa opera di educazione al di fuori del nozionismo vuoto e crea una Nazione che si muove, consapevole, nella stessa direzione e che coltiva sui solchi tracciati dagli antenati, preservando le radici, crescendo nuovi germogli.

Questo quello che era, questo quello che noi dobbiamo salvare e vivificare, nuovamente, contro decenni di tentativi di distruzione.
Contro una scuola fatta di barriere di plexiglas e lezioni a distanza dove l’unico sentimento ammesso è quello freddo, vuoto, meccanico del gracchiare di un microfono.

Lorenzo Cafarchio

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