Cartàstraccia – Hiroo Onoda

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 8 – Hiroo Onoda

Norio Suzuki è un nome che forse ai più dice ben poco. Eppure è fondamentale nella nostra storia perché, nel febbraio del 1974, lo troviamo seduto nella jungla filippina a chiacchierare amabilmente con chi in molti credevano ormai morto: il tenente Hiroo Onoda, inviato in missione sull’isola di Lubang nel 1944 per sabotare operazioni nemiche.

Questo hippie, Suzuki, venne sull’isola per capire e ascoltare i pensieri di un soldato giapponese. Mi chiese perché non me ne andavo.

Già, perché? Dalla fine della Guerra erano passati 30 anni eppure Hiroo Onoda manteneva la sua posizione.
La risposta, limpida, semplice ed eroica allo stesso tempo, fu una: aveva ricevuto degli ordini, ne attendava altri dai suoi superiori.

Uno schiaffo in faccia alla morale borghese e al conformismo liberale della modernità.

hiroo onoda

Hiroo Onoda ora sogna,
Hiroo Onoda ora piange.
L’ordine che fermò un guerriero.

Sono la musica e le parole di Massimo Morsello che dipingono la leggenda di uno degli ultimi eroi giapponesi: Hiroo Onoda.


Una leggenda che inizia il 26 dicembre 1944 quando il giovane tenete riceve l’ordine di condurre la sua truppa nella jungla dell’isola di Lubang nelle Filippine con l’obiettivo di sabotare le operazioni nemiche.
Un solo ordine, chiaro, lapidario: è assolutamente proibito arrendersi.


La madre, prima della partenza, lo salutò consegnandoli una spada e dicendogli: “Se ti fanno prigioniero, usala per ucciderti”. Tutto il Giappone racchiuso in una frase.
Non si ucciderà Hiroo Onoda. Manterrà la sua posizione fino al 1974 quando, dopo un incontro con un giovane studente, il Governo giapponese si ricorda improvvisamente della sua esistenza e manda il maggiore Taniguchi a ordinargli di interrompere le operazioni.

Dopo quasi 30 anni, Hiroo Onoda torna in Patria.


Un mito, quello di Hiroo Onoda, che ora torna attuale, tra i giri di valzer della politica internazionale e il silenzio irreale delle città in quarantena. Torna attuale perché l’insegnamento è quello di una battaglia contro il fatalismo, protratta per decenni nonostante quella vittoria “atomica” a stelle e strisce.


Allo stesso modo noi, per quanto in condizioni diverse, nella semi-mobilità delle mura di casa, possiamo portare avanti la nostra battaglia materiale, contro il fallimento dell’Europa di Schengen e della globalizzazione, e spirituale, contro l’inaridimento dell’animo che ci vorrebbe proni di fronte alle rovine. La battaglia sta proprio qui e per vincerla serve una sola cosa: non essere proni, ma tenersi in piedi in un mondo di rovine.

Lorenzo Cafarchio

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