Cartàstraccia – Primo Carnera

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 15 – Primo Carnera

La Veneranda Fabbrica del Duomo lavora instancabilmente dal 1387.
633 anni di storia scavata a mano nel marmo delle cave di Candoglia e plasmata dalle mani di abili scalpellini che, tra impalcature e tendoni, han saputo dare volto e corpo a santi e peccatori, a vizi e virtù.
Se però mai vi trovaste a passeggiare tra le guglie del Duomo, lontano dal vocio indistinto della piazza sottostante, piena di turisti e impiegati sempre di corsa, vi accorgereste che, tra le più di 3400 statue che adornano la cattedrale, non ci sono solo legendae e passiones della liturgia cristiana ma anche qualcosa (o qualcuno) che con l’agiografia ha ben poco a che fare.
Gli scalpellini del Duomo han voluto rappresentare nel marmo anche il loro tempo, lasciando un attimo da parte papi, santi e arcangeli che, alla fin fine, erano pure troppi.
Quindi correte nella terrazza centrale e ammirate l’eroe italiano del XX secolo, cristallizzato nel marmo mentre, con un pugno, fa crollare “Boston Gob”, diventando campione del mondo dei pesi massimi. Sì, perché sulla guglia del Duomo uno scalpellino ha voluto immortalare un incontro di boxe. Anzi, l’incontro di boxe, quello che lancerà nell’Olimpo la montagna che cammina lentamente: Primo Carnera.

 

 

La montagna che cammina lentamente. 

Non poteva esserci migliore definizione per quel ragazzotto alto due metri che si stava facendo strada nel mondo del pugilato.
Un’avanzata lenta ma inesorabile che lo avrebbe portato a vincere, nel 1933, il titolo mondiale dei pesi massimi contro l’americano “Boston Gob”.
Un’apoteosi che lo lanciò direttamente nell’Olimpo, facendolo diventare un eroe.
Ma se le montagne toccano i cieli, è altrettanto vero che hanno radici ben salde e Primo Carnera non poteva e non voleva dimenticare le sue, quelle di un ragazzino friulano che, con lo scoppio della prima guerra mondiale e due fratelli cui badare, fu costretto anche mendicare per strada prima di iniziare la carriera nel mondo della boxe.
Origini umili, anzi, umilissime che lo hanno plasmato nel profondo, lui, il gigante buono, che non perdeva, anche all’apice della carriera, occasione per poter aiutare in ogni modo la sua amata Italia.
Un patriottismo sincero e disinteressato il suo, spesso scambiato per ingenuità e faciloneria ma invece pienamente cercato e consapevole.
Non se lo scordano ancora oggi a Sequals quel ragazzo di due metri che salutava romanamente mentre raccoglieva aiuti e viveri per i bambini più poveri della cittadina. Non se lo scordano neanche gli avversari che sul ring dovevano assaggiare quei pugni fortissimi, poi così delicati nello stringere il tricolore sul gradino più alto del podio.
E lui non si è mai scordato la sua terra natia tanto da volerci tornare, nel giugno 1967, ormai gravemente minato dalla malattia. Poteva rimanere, ricevere le migliori cure ma da oltre oceano non avrebbe potuto vedere il luogo dove era nato, né sentire suonare le campane nella chiesa di Sequals o rivedere quelle montagne con le sue stesse, profonde radici: quelle che nella terra d’Italia han sempre trovato casa, rifugio e centro.

 

Di Lorenzo Cafarchio

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