Cartàstraccia – Yukio Mishima

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 16 – Yukio Mishima

Lode a Mishima e a Majakóvskij.

Cantava così Lindo Ferretti nell’iconico brano dei CCCP, “Morire”.
E in poche strofe lui, che è poeta visionario, racchiude tutto il senso di un gesto che cristallizzerà nella storia la figura di Yukio Mishima, donandogli l’immortalità quel 25 novembre del 1970 quando, dopo aver pronunciato il proclama della Tate no Kai, la Società dello Scudo, si darà la morte tramite seppuku.
Si consegna alla storia, Mishima. E lo fa con un atto crudo, violento, puro, che lo lega direttamente alle tradizioni ancestrali di un paese solo apparentemente sconfitto. Lo fa, lui che era sempre vissuto nella vertigine del suicidio, superando quel bivio che lo vedeva dover scegliere tra lo scrivere e l’agire per ridare linfa vitale al Sol Levante.
Conquista l’immortalità, agendo, da scrittore, intellettuale e soldato. Diventa, con quel gesto, la summa di ciò che un Uomo dev’essere.
E il Giappone, rinato dalle ceneri di Hiroshima e Nagasaki, lo osserva, in silenzio, e riscopre in quella lama che taglia la carne del ventre lo spirito della Nazione.

La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere.

yukio mishima

Sono passati quasi 50 anni da quel novembre 1970 in cui Yukio Mishima riaffermò con forza la battaglia contro l’universo borghese, pingue e asservito, costruito sulle macerie dei paesi sconfitti dalle potenze Alleate.
Sì, perché quello di Mishima non fu un semplice suicidio e, tanto meno, fu un arrendersi. Non poteva: Mishima era un uomo in rivolta, quella pura, ideale di chi rifiuta la resa e il suo altro non fu che un atto di affermazione di libertà.

Poteva scegliere: o omologarsi, essere uomo-macchina, senza individualità, senza slanci (quel produci-consuma-crepa che Lindo Ferretti, poeta visionario, canterà 16 anni dopo) o essere altro.
Non c’erano vie di mezzo. Il limbo è per gli ignavi e qui la questione è tra l’essere Uomo e il non esserlo.

Esiste una sconfitta pari al venire corroso
Che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo.

Mishima ha scelto di non corrodersi, ha preferito la morte, senza alcun timore.
Perché se la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere, per chi sa differenziarsi la morte è un’affermazione del sé, un passaggio obbligato, consapevole, sentito.
E in questo senso non è un caso la scelta del seppuku, il suicidio rituale riservato solo ai guerrieri.
Poteva trovare un altro modo più veloce, meno doloroso, più rapido. No.
Non sarebbe stato né onorevole né degno. Era, soprattutto, necessario lanciare un messaggio a un Giappone che sembrava aver dimenticato la sua anima più originale, riallacciandosi agli antenati, vivendo fino all’ultimo momento la consapevolezza della lama che penetra nel ventre, lo taglia, fredda, e ne fa sgorgare sangue e viscere.

E il Giappone, che si scuote dalle ceneri di Hiroshima e Nagasaki, lo osserva in silenzio dagli schermi televisivi e riscopre, in quella lama che taglia la carne e in quella vita che spira, il vero spirito della Nazione.

Lorenzo Cafarchio

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