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Cartastràccia – Giovanni B. Belzoni

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 31 – Giovanni Battista Belzoni

«The Great Belzoni».

Sembra il titolo di un film di Hollywood o di qualche strano spettacolo ambulante e, in fondo, quell’uomo alto due metri col capo cinto da un turbante rosso e capace di sollevare dieci uomini tutti insieme lo lasciava supporre.
Eppure no, non si tratta di un film né di un fenomeno da baraccone: siamo davanti, anzi, a uno, se non il più importante, pioniere dell’archeologia moderna.
Sì, perché Giovanni Battista Belzoni, questo il nome dell’infaticabile esploratore, diventa uno dei primi italiani ad innamorarsi dell’Antico Egitto, della sua cultura e della sua storia con tale ardore e passione da lanciarsi in incredibili imprese, inimmaginabili per l’epoca.
Del resto era figlio di quel popolo di navigatori, eroi e poeti che tutto aveva da insegnare al mondo. Un figlio dimenticato, nonostante padre della moderna egittologia.
Muore in Africa, Belzoni, e viene sepolto ai piedi di un albero sotto una lapide di pietra di cui si perdono le tracce, come si perde il ricordo dell’uomo.
Almeno fino ad ora.

Belzoni - Altaforte Edizioni

Immaginatevi un gigante di due metri con una forza prodigiosa, capace di sollevare insieme fino a 10 uomini. No, non siamo a uno spettacolo da circo ma a San Pietroburgo, alla corte dello zar Alessandro I che a questo prodigioso uomo dona un prezioso anello con topazio circondato da dodici diamanti per i suoi meriti al mondo dell’archeologia.
Sì, perché Giovanni Battista Belzoni, questo il nome del gigante, figlio di un barbiere e archeologo per passione, è il padre della moderna egittologia.
A lui, che davvero si esibì nei teatri popolari col nome d’arte di Sansone della Patagonia, si deve il recupero di reperti di immenso valore che, ancora oggi, adornano il British Museum. Grazie a lui, l’unico ad avere il coraggio di spingersi oltre l’Alto Egitto fino in Nubia, popolata da tribù bellicosissime, possiamo ammirare oggi il busto colossale di Ramses II, ammirare il tempio di Abu Simbel e visitare la piramide di Chefren di cui trovò, lui solo, l’accesso.
Un Indiana Jones in stile settecentesco, con le pistole agganciate alla cintura, turbante indosso e un gran fegato, quello necessario per avventurarsi tra grotte e caverne piene di teschi e sfidare selvaggi e predoni.
Un avventuriero, se vogliamo, di quelli romantici cui spesso corre la nostra fantasia.
Un Italiano, di quelli da ammirare ma che, come troppo spesso succede, in Patria si finisce per dimenticare come dimenticato è il luogo della sua sepoltura, ai piedi di un albero sotto una lapide di pietra di cui, ormai, si è perso il ricordo.

 

Lorenzo Cafarchio

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