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Cartastràccia – Giuseppe Tucci

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 26 – Giuseppe Tucci

Siamo a Roma davanti a quello che ora è Spazio Field ma che, fino a pochi anni fa, ospitava uno dei più bei tesori della Capitale: il Museo Nazionale d’Arte Orientale. Non piacciono tanto i musei a questa contemporaneità che non ha tempo di fermarsi. Li trova noiosi, obsoleti. Eppure dietro a quelle statue, a quelle foto ci sono storie di imprese, di montagne invalicabili, di mondi sotterranei e di spiriti.

Giuseppe Tucci, che era uomo d’altri tempi e d’altra razza, ben conosceva la vertigine dell’avventura. Orientalista di fama mondiale, aveva attraversato ponti di ghiaccio con terrorizzati sherpa pur di salvare il ricordo di culture millenarie. Eppure il Museo che porta il suo nome ha chiuso, è stato trasferito lontano dal centro di una città che arranca su se stessa.
L’esploratore del Duce però è rimasto e continua a passeggiare per le sale vuote di Palazzo Brancaccio, aspettando che qualcuno colga la pianta ormai secca dell’ISMEO per piantarne una nuova che rifiorisca, come un Albero Bianco del Mindolluin.

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L’esploratore del Duce. Così veniva chiamato Giuseppe Tucci, uno, se non forse il più importante orientalista italiano. A lui si deve la nascita del Museo Nazionale d’Arte Orientale che, fino a 3 anni fa, custodiva tra le mura di Palazzo Brancaccio, l’ultimo palazzo del patriziato romano, i reperti degli scavi delle missioni italiane in Iran, Pakistan e Afghanistan, Nepal e Tibet. Un tesoro immenso nel cuore del Rione Esquilino che ora se non fosse per un altro avamposto di civiltà sarebbe preda del totale degrado.

Un gioiello spesso dimenticato ma capace di suscitare nel visitatore che per caso varcava i cancelli del palazzo emozioni d’altri tempi. Sì, perché Tucci non era uno studioso da salotto, uno di quelli che passano la loro vita sulle carte, tra polverosi studi e biblioteche. No, Tucci era un esploratore. L’esploratore del Duce, appunto. Uomo d’altri tempi e d’altra razza, non poteva demandare ai libri la sua ricerca e sulle montagne del Tibet e del Nepal ad attraversare ponti di ghiaccio ed affrontare tempeste di neve ci andò davvero. E lì il Re del Mondo gli prese prigioniero il cuore, facendolo innamorare dello spirito antico di quelle terre e di chi le abitava e spingendolo a raccogliere testimonianze, oggetti sacri, manoscritti per salvarli dalla furia livellatrice della potenza cinese che avanzava. Fu, per quelle terre, un uomo della provvidenza e come tale arrivò ad incarnare quelle culture che da tempo studiava, comprendendone nel profondo l’essenza, diventando un tutt’uno con esse.
Un genio, un pioniere che cerca pace da quell’irrequietezza mai sazia che lo ha condotto al vagabondaggio fin dall’infanzia.
È stato dimenticato, Giuseppe Tucci, nascosto, come i bei fiori dell’ISMEO e dell’ISIAO, segni troppo forti della volontà di quel popolo di navigatori e trasmigratori che doveva essere cancellato.
Una volontà fatta di fuochi accesi, di imprese e di notti stellate sulle vette più alte, sul tetto del mondo.

Depotenziato, direbbero alcuni.

Eppure, fuori dai saloni ormai vuoti di Palazzo Brancaccio, ora spazio Field, passeggia sempre un vecchio che tutto conosce dell’arte del Gandhāra e dei fregi sugli stūpa e che racconta ai passanti di quando, in una fredda mattina del 1948, le porte del Trono di Dio si aprirono davanti agli italiani.

Lorenzo Cafarchio

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