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Cartastràccia – Scipione l’Africano

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 35 – Scipione l’Africano

Se saprai mantenere la calma quando tutti intorno a te la perdono,
[…]
Sarai un Uomo, figlio mio!

Inizia così la poesia di Kipling e così fa Scipione l’Africano di fronte alla sconfitta di Canne.
Un disastro militare accompagnato da una catastrofe spirituale che fa serpeggiare nel cuore dell’Urbe il più infido dei nemici: il fatalismo.
E chiunque sarebbe caduto di fronte alla distruzione di un esercito. Chiunque ma non Roma, non i romani che a Marte, e non ad altri, ascrivono la propria origine.
Reagisce Scipione, non si arrende perché lui, romano, non può abbandonare la Patria e non permette che lo facciano neanche i suoi cittadini. La sconfitta non deve entrare nelle mura della città, non deve trovare terreno fertile nel cuore di Roma. Allora ecco che viene vietata la parola pace, viene confinato il lutto tra le mura domestiche e i disertori, sopravvissuti alla battaglia, esiliati in Sicilia: non c’è posto a Roma per chi smette di credere nella Vittoria.
Questo fa Scipione l’Africano: si confronta con la rovina. la trasforma in coraggio, reazione, trionfo.
Conquista la Vittoria, che ne scrive il nome sullo scudo, decretando la rovina di Cartagine.

Scipione l'Africano - Altaforte Edizioni

Ci sono momenti bui nella storia dei popoli e per Roma una delle crisi più gravi fu quella di Canne. Un disastro militare immenso, seguito da una catastrofe spirituale.
Qualsiasi altro popolo, scrive Tito Livio, sarebbe caduto schiacciato dal peso della sconfitta. Qualsiasi altro popolo ma non Roma, non il sangue di Enea.
In questo tragico momento della storia dell’Urbe è Scipione l’Africano a dover ricordare ai cittadini romani che non c’è spazio per la lamentela, non c’è spazio per il fatalismo. Serve reagire. E lo fa, lui che sa mantenere la calma mentre tutti gli altri intorno la perdono, impedendo che la sconfitta entri nelle mura della città eterna e trovi terreno fertile nel cuore dei romani.
Lo fa vietando la parola pace, imponendo alle donne di chiudere tra le mura domestiche il lutto e esiliando chi, disertore, era scampato al massacro di Canne: non c’era posto a Roma per chi aveva smesso di credere nella Vittoria.

Più di duemila anni dopo, in altra epoca e con altri uomini, ci troviamo a guardare in una piazza di Milano un monumento in marmo bianco di Carrara che ricorda i caduti italiani e la sconfitta di Monterotondo. Eppure sul basamento di granito è posta una Vittoria che porge la corona d’alloro e regge la spada.
Ci guarda, la Vittoria, e ci invita a rialzarci, a ritrovare sulle orme del sangue la volontà di gettare, ancora una volta, il cuore oltre l’ostacolo.
Ed è così che, sulle tracce del sangue, i ritrosi son tornati alla carica e Italia ha ritrovato la sua Roma, colmando la disfatta oscura di vittorie immortali.

Perché questo conta, a Canne, a Mentana, ora: non abbandonarsi al fatalismo, non rinunciare a quel mandatum millenario che Enea ha raccolto.
E noi, che siamo sangue di Enea, non possiamo permetterci di lasciare il campo di battaglia e voltare le spalle alla Vittoria.
Lei è lì, che aspetta solo di essere colta. A noi la volontà di farlo.

Abbandonarsi all’avversità non è degno di uomini che ascrivono a Marte la propria origine.

Lorenzo Cafarchio

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