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Cartastràccia – Virgilio

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 32 – Virgilio

Cedite Romani scriptores, cedite Grai:
Nescio quid maius nascitur Iliade.

Eccolo, il cantore per della civiltà romana, de li altri poeti onore e lume: Virgilio.
Di fronte a lui, i primi versi dell’Eneide. Non è un semplice poema, quello che sta componendo, non deve esserlo. Un poeta è un uomo che deve servire come gli altri uomini, scriverà secoli dopo Brasillach. Virgilio, figlio del saeculum augustum, lo sa benissimo e si fa portavoce della storia delle genti italiche che nel fuoco sacro di Roma trovano e compiono il loro destino. E scrive, il poeta, scrive delle gesta di Enea, delle origini di Roma e del mito che si fa storia.
Scrive e ricorda al lettore che c’è un mandatum che ad Enea, e ai suoi figli, viene affidato.
Che esiste un destino, un fato, da scegliere e compiere, con consapevolezza, con sacrum facere.
Perché sono gli Dei a chiederlo. Perché è la patria Italia, culla della mia razza a chiederlo.

Virgilio - Altaforte Edizioni

Scrive Rosa Calzecchi Onesti che l’Eneide è il poema in cui non ci sono vincitori ma solo uomini vinti dall’incomprensibile forza del Fato che li annulla.
Ci piace pensare a un Virgilio che legge questa lapidaria definizione e sorride di fronte all’ingenuità del giudizio.
L’Eneide è il poema della Vittoria, il che è ben diverso. E Virgilio, de li altri poeti onore e lume, assolve il compito che gli è stato affidato: quello di diventare, attraverso la potenza della parola cantata, il portavoce della storia delle genti italiche che nel fuoco sacro di Roma trovano e compiono il loro destino.
È un testo sacro della nostra Tradizione, l’Eneide, è l’espressione della Welthanschauung classica cui noi guardiamo come esempio da incarnare e far rivivere.
E Enea, Enea è l’eroe vincitore perché accoglie il suo Fato che no, non è una semplice imposizione divina. È un mandatum che gli viene affidato e che egli decide, con piena consapevolezza e volontà, di accogliere dall’immagine di Ettore che gli appare in sogno.

Questa la differenza, questo il punto.
Nessuno ci obbliga a seguire una via. Essa ci viene, tuttalpiù, indicata. A Enea, e a noi, la volontà di seguirla e portare a compimento un cammino.
Quello di Enea, del pius Enea e pater del popolo romano, è cercare la patria originaria, quella terra da cui nasce la sua stirpe: l’Italia.
Il nostro, proprio perché figli di Enea che consapevolmente e con volontà decidono di prendere in mano i destini di un popolo e di custodire quel fuoco sacro che arde nel cuore di Roma, è quello di riscoprire le radice e piantare nuovi semi.
Nel nome di Enea. Nel nome della patria Italia, culla della mia razza.

«Troia ti affida i sacri arredi
e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi
grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare.
Disse, e portò sulle mani dall’interno del sacrario
le bende e Vesta potente e l’eterno fuoco».

 

Lorenzo Cafarchio

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