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Il grande gioco del Caucaso

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Clemente Ultimo

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Descrizione

Il grande gioco del Caucaso
Pagine: 248

Piccolo, aspro e privo di ricchezze naturali: apparentemente, il Nagorno Karabakh è un territorio poco appetibile.

Eppure, da trent’anni – ovvero dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, di cui faceva parte – armeni ed azeri hanno combattuto almeno tre guerre in campo aperto per il suo controllo, intervallate da una fragile pace armata. Per gli armeni – da sempre presenti nella regione – si tratta di rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione; per gli azeri, invece, è necessario mantenere i confini statuali fissati da Stalin.

In questo sanguinoso confronto, apparentemente simile ai tanti altri che hanno punteggiato quello che fu il mondo sovietico, hanno giocato e giocano un ruolo di primo piano vecchie e nuove potenze, Russia, Turchia e Iran su tutte.

Segno che, dietro la nascita della Repubblica di Artsakh – Stato non riconosciuto, figlio della vittoria armena nella guerra dei primi anni ’90 – ed il tentativo azero di riconquistare quei territori, si muovono interessi ben più grandi rispetto a quelli degli attori locali.

Il Nagorno Karabakh si trova, infatti, in quel Caucaso ex sovietico dove si intrecciano alcune delle più importanti rotte energetiche del mondo: dai giacimenti del Caspio, del resto, giunge in Europa buona parte del gas – e del petrolio – che viene utilizzato quotidianamente.
Controllare oleodotti e gasdotti, punti di transito e di smistamento – dunque – significa condizionare la vita e l’economia di intere Nazioni.

La partita che si gioca in quella regione lontana ed aspra è, quindi, ben più importante di quanto possa apparire ad un primo superficiale sguardo.
E proprio all’analisi di interessi ed alleanze che si sono intrecciati intorno alla contesa per il Nagorno Karabakh, è dedicato questo libro.

Interessi che toccano molto da vicino la stessa Italia, primo partner commerciale dell’Azerbaigian. Interessi che hanno pesantemente condizionato la postura italiana ed europea, anche in occasione del sanguinoso conflitto combattuto nell’autunno del 2020.

A tutto questo fa da sfondo – impossibile da dimenticare – il dramma degli armeni dell’Artsakh, esposti alla minaccia di una nuova pulizia etnica da parte degli azeri, spalleggiati dalla Turchia neo-ottomana di Erdogan, che utilizza il jihadismo come testa d’ariete.
Impegnati nella strenua difesa della loro terra e della propria identità nazionale e religiosa, gli armeni del Karabakh sono stati nuovamente abbandonati da un’Europa che, guardando agli “affari”, si finge distratta.

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