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Cartastràccia – Piero Buscaroli

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte Edizioni racconta..

Capitolo 51 – Piero Buscaroli

È una fredda mattina di inizio novembre e Piero Buscaroli osserva la missiva appena recapitata dal postino. La carta bollata, imbellettata per l’occasione, riporta una segnalazione per il conferimento di un’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Buscaroli ride e, presa la penna, getta d’istinto su un foglio la risposta, indirizzandola alla direttrice dell’Ufficio Onorificenze e Araldica:
Io non desidero e non voglio alcuna onorificenza da questa repubblica. Mi parrebbe uno scherzo di cattiva specie. Fermi la macchina, La prego e non se n’abbia a male. Detesto questa repubblica. Grazie.

piero buscaroli - cartastraccia

Non mi considero un reduce’ un ‘orfano di Salò, sono un superstite della Repubblica Sociale Italiana in territorio nemico.

Spesso sprechiamo fiumi di inchiostro per descrivere i giganti del pensiero, quando in poche righe hanno già detto tutto loro.
A conflitto mondiale concluso, il 27 maggio 1945, Piero Buscaroli aveva 14 anni e viveva nella sua Imola. Un gruppo di partigiani, rei di aver ucciso sei fascisti (tra cui una ragazzina di appena 16 anni, Lucia Minardi), si prodigarono per prelevare dal carcere imolese altri sedici fascisti. Caricati su un camion vennero trascinati nella piazza centrale della città come bestie al macello. Era domenica, il centro pullulava di uomini e donne uscite da messa, i partigiani volevano mostrare il loro tetro spettacolo per sancire “la morte della patria”, citando liberamente Ernesto Galli della Loggia.
Nella folla accalcata davanti a quell’indegno spettacolo sì intravede Buscaroli. Il capo partigiano Tarabusi, detto “Buchi”, lo riconosce e lo trascina verso il gruppo pronto alla fucilazione.

Impotente a resistere e difendermi, mi trascinavano, sotto pugni e spintoni.

A salvarlo, per puro miracolo, tre polacchi della divisione del Generale Wladyslaw Anders che passavano in quel momento. Anticomunisti, avevano trovato riparo presso l’abitazione della madre dello scrittore e, vedendolo sul patibolo, lo afferrarono al volo, portandolo via su una jeep.

Mi ha sempre meravigliato, a ogni ritorno della memoria, la chiarezza con cui sentii che bisognava morire bene, quando il frastuono, che mi parve immenso, di un potente motore, e una nuvola di fumo denso, sparpagliarono il gruppo. Fui afferrato da molte braccia e issato su un gippone dell’Ottava Armata, che partì come un bolide. Mi portarono a casa.

C’è sempre, in ogni cosa umana, il momento in cui tutto diventa ultimo.
Nelle sue pagine ha viaggiato sul Vietnam invaso dagli Stati Uniti d’America, ha scritto del suono di Beethoven e di Bach, ha dipinto il dramma del bombardamento di Dresda, ma soprattutto ha mantenuto viva e integra la morale dei vinti in una nazione in coma, dimentica, complice della sua natura e vittima degli avvenimenti. Vittima di quel caso che diventa il dio, ignoto di quanti non hanno alcun dio.

Di Lorenzo Cafarchio

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