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Cartastràccia – Curzio Malaparte

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 40 – Curzio Malaparte

A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla.

Curzio Malaparte della guerra visse e vide entrambe le parti. Quella dei vincitori cui si era alleato e quella dei vinti, dei fascisti, quelli che di lì a breve sarebbero diventati maiali, criminali, assassini perché, si sa, finita la guerra, si riscrive la storia.
Anche Malaparte scrive ma i vinti qui sono seduti sulle gradinate di Santa Maria Novella col cielo a specchiarsi negli occhi delle ragazze, giovanissime e nere d’occhi, e nel sorriso irriverente dei ragazzi di fronte al plotone d’esecuzione.

Gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso – rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l’ufficiale partigiano.

È una lama che scava nel cuore, la Pelle di Malaparte che combatte I fascisti ma li descrive con ammirazione di fronte alla fierezza e alla spavalderia fanciullesca che inviperisce I partigiani e ammutolisce gli inglesi.
E forse gli ricorda, quel ragazzino pallido, l’arditezza che lo aveva, da soldato, fatto buttare all’assalto, vomitando l’anima nostra, tra i proiettili della Grande Guerra.

Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini! – e cadde crivellato di colpi.

curzio malaparte _ cartastraccia

Amiamo la guerra e assaporiamola da buongustai finché dura.

Forse pensava a queste parole di Papini il giovane Kurt Erich Suckert mentre si arruolava come volontario nel 51° reggimento fanteria della Brigata Alpi.
Aveva 16 anni quando mise per la prima volta piede in trincea e visse la sconfitta, assaporò la vittoria, facendo della guerra un tentativo di emersione dallo squallore della vita piccolo-borghese.
La Grande Guerra, del resto, ha forgiato una nazione come ne ha forgiato gli uomini.
Kurt Suckert, o Curzio Malaparte, nel bene e nel male è stato uno di quegli uomini.

È difficile da inquadrare, “la più forte penna del fascismo” che però combatté I fascisti al fianco degli alleati.
Odiato e osteggiato da ambo le parti, fascista intransigente e comunista antidogmatico.
Un egocentrico che, per dirla alla Longanesi, ai matrimoni avrebbe voluto essere la sposa, ai funerali il morto. Malaparte, insomma, porta con sé cento e più maschere tra gli onori e gli orrori di un’Italia in continua trasformazione, spesso amara e violenta come quella della seconda guerra mondiale.
È proprio questa Italia che racconta nel romanzo La Pelle dove ci regala le pagine più crude e più belle di quegli anni.

A vincere una guerra – scrive – tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla.

Ci vuole infatti del coraggio a perderla e ad andare comunque avanti, in piedi e a testa alta.
Ci vuole del coraggio ad affrontare, da vinti, la legge e le verità dei vincitori che ancora ci portiamo addosso.
Il coraggio di una ragazza in divisa, riversa sulle scalinate sporche di sangue di Santa Maria Novella, con gli occhi rivolti al cielo di Firenze e I capelli biondi a coprire le spalle. Lo stesso coraggio di quel ragazzo, un bambino quasi, sorriso sprezzante di fronte alla morte, che urla Viva Mussolini! prima degli spari del plotone di esecuzione.

Ché è questo il coraggio, quello di quei ragazzi e quelle ragazze che vestono il nero.

L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse:
– Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te.
– Se gli è per non farle perdere tempo _- _disse il ragazzo con voce di scherno – mi sbrigo subito .
E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
– Bada di non sporcarti le scarpe! – gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.

Jack e io saltammo giù dalla jeep.
– Stop! – urlò Jack.

Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini!- e cadde crivellato di colpi.

Di Lorenzo Cafarchio

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