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Cartastràccia – Franco Battiato

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte Edizioni racconta..

Capitolo 57 – Franco Battiato

Il tormentone caratterizza le nostre vite e per questo abbiamo bisogno, come insegna il Festival di Sanremo 2021, di mettere nelle nostre orecchie un po’ di musica leggera perché l’uomo ha voglia di niente.

Ora, caso volle, sempre che il caso esista, che il 23 marzo 1945 si affacciasse al mondo un tale che rispondeva al nome di Franco Battiato. A questo tale il niente di quest’epoca piace ben poco e allora lo cavalca, lo forma e canta di questa creazione fantastica che ci insegna che gli esseri umani possono fare tutto, anche volare. Battiato vola, vola davvero.

Lo fa quando medita, lo fa quando canta di quanto sia difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Mescola, sapiente alchimista, esoteriche essenze, danze erotiche e fini frecciate contro quest’epoca di pazzi che ha dimenticato il sensibile. Risuonano in musica antichi canti, le pagine di Guénon, le indicazioni di Kremmerz e gli scritti di Evola, in perenne contrasto con il mondo moderno. Perché in fondo nell’ade del capitalismo vuoi vedere che l’Età dell’oro, era appena l’ombra di Wall Street?

battiato - altaforte edizioni

Marco Castoldi, per i più Morgan, vede Franco Battiato come l’anti-Mogol. Autore e musico nato dalle ceneri della poesia, immerso nel Futurismo, nel Dadaismo, ma irrimediabilmente Avanguardia.

Il siculo ha condotto il suono ai limiti, costringendo sé stesso ad esibirsi davanti ad un pubblico esiguo che spesso va via finita la prima canzone. Poi ha trasportato il millenario rito iniziatico nei suoni del pop, non per inseguire fama e successo, ma per dimostrare che l’arte, anche nei dissoluti anni ’80, non è in vendita.

Dei suoi ermetici ’70 e del rapporto con gli ascoltatori il critico musicale Riccardo Bertoncelli ha scritto che entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava. Il pubblico lo rincorreva inferocito. Inclassificabile, proprio come Fetus, il suo primo disco datato gennaio 1972, ispirato da Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Attraverso le lenti scure dei suoi occhiali da sole, sintomatico mistero della ricerca del carisma, ha attraversato le decadi indenne incrociando lo sguardo di Manlio Sgalambro. Il Cioran di Lentini ha contribuito alla solennità, nei ’90, della musica di Battiato aiutando il cantautore a scrivere brani come La cura. La musica diventa un’ora di vita veramente dionisiaca in quel disegno dannunziano che scompiglia lo spartito.

Un segno beffardo alla discografia italiana, composta dalla contemporaneità vile dell’omologazione. Le parole e i testi di Battiato ci indicano la via dei rivoluzionari, consapevoli che i ribelli di plastica di questo tempo le barricate in piazza le fanno per conto della borghesia, illusoria partitura capace solamente di creare falsi miti di progresso. Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della pubblicazione del disco La voce del padrone, album capace di superare il milione di copie vendute in Italia, restando in testa alle classifiche da maggio a ottobre del 1982. Un vinile che ci conduce al centro del vortice, mentre l’eco di Gurdjieff rimbomba, spingendoci su una spiaggia solitaria lontano dai desideri e l’ansia di lancaniana memoria.

Gettati nel mare per andare lontano, a naufragare, via, via, via da queste sponde.

Di Lorenzo Cafarchio

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