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Cartastràccia – Giuseppe Bottai

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte racconta..

Capitolo 37 – Giuseppe Bottai

Giuseppe Bottai non ha certo una buona nomea tra gli eredi di quell’idea millenaria concretizzatasi nel Fascismo.
Del resto, come biasimarli? Durante e dopo il 25 luglio non ebbe certo una condotta esemplare.
Eppure Bottai rimane uno dei principali nomi legati a quell’impresa innovativa, moderna e rivoluzionaria che fu la Carta del Lavoro, la stessa che fece conquistare ai lavoratori quei pratici beneficii che non avevano mai ottenuto attraverso i cartelloni demagogici della democrazia.
Una frase, quella di Bottai, che non può non far pensare a quanto viviamo ora: una società dove il lavoro non è più un diritto né un dovere. Una società nella quale il cittadino, forza e motore della nazione, non è più essenziale. Del resto a che serve il vir quando puoi avere l’homo?

giuseppe bottai- altaforte edizioni

Coloro che formeranno la classe dirigente debbono conoscere non intellettualisticamente, ma con i propri muscoli le difficoltà, le gioie, le fatiche dei lavoratori.

Non è amato, Giuseppe Bottai, dagli eredi del Fascismo. Non si può, del resto, dimenticare la condotta, non proprio esemplare, durante e dopo il 25 luglio.
Eppure in questa frase è racchiuso tutto il senso della concezione del lavoro dello stato fascista: il lavoro come soggetto della società nazionale.
Non un qualcosa per sopravvivere, da fare di mala voglia, ma la base della Nazione, dello stato, della comunità.

Fa specie pensare che anche questa nostra martoriata Repubblica, almeno sulla carta, sia fondata sul lavoro, soprattutto in tempi in cui il lavoro diventa sopravvivenza. Non un diritto né un dovere, un semplice mezzo di sopravvivenza, spesso stentata. Una prigione, per molti.

Sempre Bottai, che nel ’44 si arruolò nella Legione Straniera, arrivando persino a combattere contro i tedeschi nostri alleati, scrive che la Carta del Lavoro fa conquistare _pratici beneficii che i lavoratori non erano mai riusciti a raggiungere attraverso i cartelloni demagogici della democrazia _.
A distanza di più di mezzo secolo, ce ne rendiamo conto sulla nostra pelle di lavoratori non essenziali per governo, presidenti di regione e prefetti.

In questo buio allora torna a splendere la bellezza innovativa, moderna, rivoluzionaria della Carta del Lavoro, della concezione della Nazione come unità morale, politica ed economica in cui l’uomo non è ingranaggio, pedina da muovere a seconda degli interessi di altri (ultimamente soprattutto esteri e non nazionali) ma in cui l’uomo è cittadino che trova nel lavoro la sua funzione e il suo posto nella vita.
Proprio il contrario di oggi, dove il lavoro, quando c’è, rimane quasi una condanna utile non a crescere ma a portare in tavola quel che basta a sopravvivere a un’altra giornata grigia.
La storia però ci ha insegnato, più e più volte, che, se vogliamo, abbiamo la forza per squarciare questo grigio.

Lorenzo Cafarchio

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