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Cartastràccia – Giuseppe Berto

CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte Edizioni racconta..

Capitolo 52 – Giuseppe Berto

La speranza nient’altro è che un ciarlatano che c’inganna continuamente.
Giuseppe Berto il 2 giugno del 1965 proferisce davanti ad una nutrita platea, alla Cittadella di Assisi, un eloquio sul tema della speranza. Sceglie, per iniziare il discorso, le parole sopracitate di Chamfort. E la speranza ritorna anche sul finale del suo quarto romanzo, Guerra in camicia nera, quando il 13 maggio 1943 cade prigioniero nelle mani degli inglesi.
La speranza quel 13 maggio ha le sembianze di “una giovane ragazza dall’aspetto di contadina, con un vestito color celeste“. La giovane, vedendo i prigionieri portati via dai sudditi della perfida Albione, s’irrigidisce e saluta romanamente, come aveva imparato a scuola, i reclusi italiani. “Senza paura degli altri, di quelli che la insultavano, e che erano diventati i suoi padroni“.

giuseppe berto - cartastraccia

Giuseppe Berto ha ricevuto i natali il 27 dicembre 1914 a Mogliano Veneto in provincia di Treviso. Ha raggiunto la fama letteraria parlando della nevrosi che avvolgeva le sua psiche davanti ad una società malata che si è inchinata al suo male oscuro. In gioventù ha creduto nell’Idea assoluta ed è partito volontario in Africa trovandovi la prigionia. Prigionia scontata fino al febbraio 1946 in territorio statunitense nel campo di concertamento di Hereford, in Texas. Il famigerato Fascists’ criminal camp dove vennero rinchiusi gli irriducibili di Mussolini.

Insieme a lui Dante Troisi, Alberto Burri, Beppe Niccolai e il futuro dirigente del Pci Giovanni Dello Jacovo. Eppure Berto non rinnegò il suo passato. Lo storicizzò, mentre l’antifascismo militante incendiava l’Italia. Afascista di professione, fascista con un’alfa privativa davanti, incapace di essere coercitivo con gli altri, ma capace di esporre “con la più grande libertà il mio pensiero, ma non ho mai preteso di imporlo a nessuno“.

Durante una conferenza, tenutasi a Torino nel gennaio del 1973, dal titolo “Fascismo, Antifascismo, Afascismo” fotografò il tricolore intellettuale che permane tutt’oggi: “Ecco che io posso affermare: in Italia non esiste libertà per l’intellettuale. Intendiamoci, non dico che in Italia sia impossibile per l’intellettuale essere libero. In verità non è impossibile nemmeno in Spagna, o in Grecia, o in Russia. Un uomo trova sempre il modo d’essere libero, se lo vuole. Ma non è giusto che egli debba sopportare condanne e persecuzioni per essere libero“.

La sua indagine sullo spirito dell’uomo, compromesso dall’immane rincorsa al capitalismo, lo portò ad isolarsi dal mondo nella Calabria selvaggia ed indomabile. Nel mentre divenne anche sceneggiatore donando alla cellulosa Anonimo Veneziano, pellicola del 1970 diretta da Enrico Maria Salerno con la partecipazione di Florinda Bolkan, la brasiliana icona sensuale di una stagione eterna del cinema nostrano.
Speleologo del cervello” disilluso in una rincorsa eterna della vita dove nessuno vince, nessuno perde e dove “semplicemente si muore”, lo scrittore eterno Giuseppe Berto diventa per Cesare De Michelis, storico e critico della letteratura, “il più grande scrittore del secondo ‘900“.

“Non mi leggi in viso i segni del destino? La gloria, ad esempio. O anche la morte. Tanto, l’una vale l’altra, almeno per chi crepa”.
Sopravvissuti ai suoi romanzi celebriamo la vita attraverso l’analisi del nostro io, della nostra mente ambigua e sfuggente che ritorna nello scarto tra intenzione e volontà.

Di Lorenzo Cafarchio

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